1Stagione 1985-86 - BABELE. Brecht e il cane morto.

 

Da B. Brecht  di Gabriele Marchesini e Pietro Bellasi

Regia di Gabriele Marchesini

Produzione Teatro Perché

 

Coproduzione col Dipartimento di Sociologia, Università di Bologna. Debutto  Bologna, Teatro delle Moline, maggio 1985.

 

Lo spettacolo ha replicato ed è stato recensito su territorio nazionale e in Svizzera (Locarno e Lugano) per tre stagioni consecutive con eccellenti riscontri.

 

 

 

Un significativo apologo giocato sulle stesse parole e voci diverse Lo spettacolo, secondo l’affermazione del regista, è una prima tappa di un discorso sui limiti del linguaggio e sulla  sua incapacità di definire il reale. Come “la camera accanto” di Benjamin- dice Marchesini-  il linguaggio è un guscio vuoto, una conchiglia disertata di realtà che, accostata all’orecchio, allude solo all’eco ambigua di un “reale” che oscilla.

Per realizzare “Babele” ecco allora assunto l’atto unico di Brecht “Il mendicante” adattato dagli autori come matrice di una serie di variazioni di senso all’interno di un immutato contesto di linguaggio ed incentrato su un dialogo a contrasto tra due personaggi: un mendicante disperato per la morte del proprio cane ed un imperatore simbolo di un potere cieco e sordo.

L’apologo ha una struttura linguistica che può essere riproposto tale e quale in varie versioni cambiando situazione teatrale e mettendo le stesse parole in bocca a personaggi diversissimi tra loro: un sanculottoe una nobile francese, due borghesi stile Dallas, uno psichiatra e una nevrastenica, due clown, due giovani dell’avanguardia post post…

Lo spettacolo diviene così un raffinato esercizio di stile dai nuclei drammatici significanti tanto da permettere ai due fantastici interpreti un gioco continuo di trasformismo, che tiene ben conto dello straniamento brechtiano con chiare uscite ed entrate dai ruoli, sottolineata da un aggiornamento musicale, vestendo i panni di una varia umanità.” (Claudio Capitini, Verona, 24 novembre 1985)

 

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Uno, nessuno, centomila Brecht…..in pratica si prende lo stesso testo e si recita per cinque volte in maniera diversa dalla precedente. Il risultato è sorprendente ed affascinante perché l’attore penetra, distorce, turba l’indifferenza combinatoria del linguaggio con l’incongruenza “patetica” della parola che è “luogo del dolore, della gioia, dell’incanto e dell’ironia… Un ottimo successo di pubblico, abilmente catturato dall’esercitazione sempre in crescendo” (Il Secolo XIX ,17 luglio 1986)

 

3

 

Quest’imperatore parla come un clown …per merito di una intelligente e brillante regia, la”variazione sul tema” diviene un girotondo vivace di ambientazione interpretativa che si conclude con un gran finale pirotecnico in cui la “babele dei linguaggi”, codici e modelli, si intersecano e  confondono per risolversi nella costruzione di una “torre” riflettente per davvero nevrosi e nevrastenie (e non solo linguistiche) del nostro quotidiano).

Un vero volano motore è la bravissima ed affascinante Angela Baviera, voce e ghigno dalle mille risorse e possibilità, amare e amorevoli, ironiche e clownesche, sarcastiche e pungenti, brechtiane insomma.

Le sta al passo il disincantato Tino Bongiovanni, più disinvolto e a proprio agio a mano a mano che si succedono i quadri sino al convinto e caloroso applauso del numeroso pubblico presente in sala.” (Corriere del Ticino, dicembre 1986)

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