1Stagione 1983-84 – BISTROT

 

Da versi dei poeti francesi.

Da testi e canzoni del Primo Novecento europeo.

Regia di Gabriele Marchesini

Produzione Teatro Perché.

                                           

Lo spettacolo è stato replicato per più di 150 repliche su diverse stagioni, recensito in tutte le maggiori piazze italiane ed tuttora in repertorio.

 

Ne è stata tratta anche una versione televisiva  (vedi televisione).

 

 

Cantare guardando all’indietro”  Avvicinandomi al teatro per assistere al recital di Angela Baviera,2mi chiedevo quale filo avrebbe unito insieme fonti pur sempre eterogenee come quelle annunciate per lo spettacolo: vale a dire sostanzialmente la poesia simbolista francese (attraverso due “minori”: Tristan Corbiére e Jules Laforgue), le canzoni italiane degli anni 20, il “caso” Brecht. Ebbene, questa attrice bolognese è riuscita con questi ingredienti a far correre uno spettacolo diviso sì nettamente in due parti, ma, all’interno di ciascuna delle due filante alla perfezione in modo organico e coerente. L’unità formale e stilistica ha potuto scompaginare voci di estrazione e di contenuto diversi come provenissero da un solo autore, in un tutto unico, armonioso come la recitazione e la mimica della protagonista. Le poesie sono state teatralizzate in monologhi e perfettamente raccordate con le canzoni. Nessuna frattura tra un numero e l’altro né all’interno.

 

La divisione dei due tempi era invece determinata dal punto di vista con cui si guardava la materia. Se infatti la grande protagonista è La Donna nel primo tempo Angela Baviera la guarda con occhi  (e abiti) da uomo. Nel secondo è i interprete direttamente femminile. Se in quest’ultima parte il poeta è Brecht nella prima “Poeta” è il decadentismo (e non decadimento), come per errore tipografico è stato riportato sul giornale di venerdì, di Corbiére e Laforgue, due autori che nel panorama dei “maledetti” sono particolarmente dotati d’ironia sarcastica.

 

Dunque, all’inizio, l’amore (del maschio verso la donna) come male-veleno-follia, l’erotismo come  inganno, la gioventù come vizio, l’arte come mistero.  E allora ci stavano benissimo le nostre “peccaminose” canzoni (del resto molto “francesi”): Scettico Blues, Addio Tabarin, Come pioveva, la più tarda Signora di trent’anni fa. Canzoni, oltretutto, oggettivamente molto belle che infatti la Baviera non ha per nulla dissacrato. Soltanto in Come pioveva, il capolavoro di Armando Gill, ha curiosamente individuato e polemicamente accentuato nell’interpretazione una certa misoginia cinica. Ma in generale Angela Baviera ha porto questa visione tutta maschile della donna con lucida scelta critica sì, ma nello stesso tempo con intensa partecipazione affettiva: siamo pur sempre di fronte a una materia che la grande trasfigurazione poetica trascende e fa amare in quanto arte.

 

Nella seconda parte, invece, lo schieramento di Brecht è inequivocabilmente “dalla Parte” della donna, doloroso, accorato. Ed ecco così, con o senza musica (Weil, Eisler) titoli celebri quali E che venne alla donna del soldato, Canzone di Polly, Canzone della giovane mondana ecc.

Angela Baviera si è essa stessa, incredibilmente differenziata nelle due parti dello spettacolo: nella prima, sotto l’apparenza del fine dicitore da tabarin, era piuttosto ragazzino chapliniano un po’ impertinente; nella seconda, sciolti i capelli, donna aggressiva, fiera, provocante.

 

In ogni caso nonostante l’inesperienza vocale puramente tecnica e la proibitiva difficoltà di un accompagnamento musicale ridotto al minimo (la chitarra di Carlo Signorini) questa ragazza ha sfoggiato, da attrice, una padronanza timbrica dei testi e delle canzoni da fare invidia a colleghe più famose. Una presenza sempre fresca, limpida, sobria negli atteggiamenti ma lampeggiante nello spirito, dalla mimica precisa e consequienzale, dalla gamma espressiva variata con disinvoltura e scorrevolezza.

 

Complessivamente un recital “da Camera” tutto sommesso, elegante, senza forzature né scatti sopra le righe, condotto in punta di piedi e “scritto” in punta di penna.

 

(Enrico De Angelis, Arena di Verona, 25 novembre 1984)

 

 

 

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